Quando qualcuno mi racconta un’idea, io comincio quasi sempre da lì: lo lascio parlare.
Non perché abbia già deciso che cosa dirgli. Al contrario.
Mentre ascolto, provo a capire che cosa lo entusiasma davvero, che cosa lo preoccupa, dove si sta trattenendo, quali parti considera già risolte e quali invece non riesce ancora a mettere a fuoco.
Spesso le persone arrivano con una richiesta precisa: un sito, una strategia social, un format, un partner, una persona, una pagina da acquisire o una strada per trasformare un’intuizione in qualcosa di più grande.
Io ascolto la richiesta, ma non mi fermo alla richiesta.
Ragiono ad alta voce
Comincio a fare domande. Alcune servono a capire meglio. Altre mettono in discussione quello che stiamo dando per scontato. Altre ancora nascono mentre parliamo, perché una risposta apre una possibilità che prima non avevamo considerato.
Non preparo discorsi e non arrivo con una presentazione già fatta. Prendo quello che mi viene raccontato, lo giro, lo allargo, lo collego ad altre esperienze, ad altri settori, a persone che conosco, a progetti che ho visto funzionare e ad altri che non hanno funzionato affatto.
Non difendo l’idea iniziale
A volte la confermo. A volte la cambio molto. A volte la smonto quasi del tutto. Non per il gusto di essere originale, ma perché voglio capire se è utile, se ha qualcosa di diverso, se può reggere nella realtà e se vale la pena dedicarle tempo, soldi ed energie.
Non mi interessa avere ragione sull’idea iniziale. Mi interessa che il progetto continui ad avere senso per le persone a cui è rivolto.
Guardo il progetto da più mondi
Ho lavorato nell’editoria, nei social, nella televisione, con creator, aziende, intelligenza artificiale, intrattenimento, prodotti digitali, musica e giochi. In ogni settore ci sono persone più specializzate di me. Il mio vantaggio è che non guardo un progetto da un solo settore.
Posso vedere una pagina social e immaginare un brand. Un’associazione e immaginare un format. Un sito e chiedermi se il problema sia davvero il sito. Una community e capire che potrebbe avere valore anche per un’azienda che oggi non sa ancora della sua esistenza.
Cerco chi manca
Negli anni ho conosciuto molte persone. Non le considero amicizie da esibire e non penso che un contatto, da solo, risolva qualcosa. Ma conosco abbastanza mondi da sapere che, qualche volta, il progetto cambia quando si incontrano le persone giuste.
Per questo una parte del mio lavoro consiste nel capire chi manca, non soltanto che cosa manca.
La teoria deve diventare reale
Sono molto teorico. La teoria, però, mi interessa solo quando può diventare qualcosa di concreto. Cerco le figure capaci di trasformare un pensiero in un sito, un’app, un format, una campagna, un prodotto o una società.
Costruire la squadra giusta non significa riempire caselle. Significa capire quali persone possono migliorare l’idea, quali possono realizzarla e quali rischiano di portarla nella direzione sbagliata.
Uso questo approccio prima di tutto su di me
Non l’ho costruito per venderlo agli altri. L’ho usato quando ho contribuito a costruire progetti editoriali, quando è nato Webboh, quando ho creato le mie società, quando ho immaginato un gioco da tavolo e quando ho iniziato a creare canzoni senza essere un musicista.
Ogni volta parto dalla curiosità. Cerco gli elementi, le persone, il pubblico, il linguaggio, il contesto, le risorse e le connessioni. Poi li metto sul tavolo e guardo che cosa succede.
Questo sito è già un progetto
Il sito precedente non era sbagliato. Raccontava una fase diversa: esperienze, pensieri e lavori, ma non chiariva davvero che cosa unisse tutto né perché qualcuno avrebbe dovuto contattarmi oggi.
Prima di cambiare colori, caratteri e fotografie, ho dovuto farmi le stesse domande che rivolgo agli altri: che cosa sto raccontando, a chi deve servire, che cosa non mi rappresenta più e che cosa deve restare.
Non è un passaggio da brutto a bello. È un passaggio da descrittivo a significativo.
Racconti, pensieri, parole e opere
Costruisco il percorso per trovare quelle giuste.
Il progetto, questa volta, ero io.
Per me ogni progetto è un gioco serio
Servono regole, persone, strumenti e un motivo per cui qualcuno abbia voglia di partecipare. Ma soprattutto serve la disponibilità a spostare i pezzi quando la realtà dimostra che li avevamo disposti male.
Una direzione vale soltanto quando regge fuori dalla stanza in cui l’abbiamo immaginata.



